La prima volta
L'Afghanistan, cinquant’anni dopo
La prima volta
La prima volta che ho sentito parlare dell’Afghanistan non era in televisione.
Non era per i talebani, le bombe o gli americani. Non era neanche per i burqa che per così tanto tempo hanno segnato l’immaginario occidentale sulle donne afghane, diventando quasi l’unica immagine attraverso cui il paese è stato raccontato fuori dai suoi confini.
Era per mio padre che raccontava un viaggio fatto negli anni Settanta.
Mio padre non ricorda moltissimo di quel viaggio - mio padre non ricorda moltissimo in generale, ma questa è un’altra storia.
Ricorda però che erano in quattro amici, poco più che ventenni, e che stavano facendo un viaggio che allora facevano in molti: tornare dall’India verso l’Italia via terra. E ricorda che, a un certo punto, quel viaggio li portò ad attraversare l’Afghanistan.
Per fortuna, in famiglia conosciamo bene i nostri limiti. E così mia zia — che qui va ringraziata ufficialmente — ha recuperato il diario di quei quattro compagni di viaggio e lo ha digitalizzato, permettendo a me, e ora anche a voi, di leggerne alcuni stralci. A partire dal Pakistan.
La compagnia al Crown Hotel era soprattutto di italiani senza passaporto che contrabbandavano hashish dall’Afghanistan all’India. Li salutiamo, e un pomeriggio caldo e assolato si parte per la frontiera. Si incontra un italiano senza soldi, si dorme per terra nel salotto di un Sikh locale, si parte in minibus fino a Rawalpindi, poi cambio e partenza per Peshawar dove si arriva la sera stanchi morti… Il giorno dopo un bus dell’Afghan Post, dopo aver attraversato il Khyber Pass, ci deposita felicemente a Kabul.
Nei ricordi di mio padre, l’Afghanistan è un Paese in cui viaggiavano ragazzi europei con gli zaini, autobus scassati, montagne immense, mercati, alberghi economici, confini aperti. Un luogo duro, ma ancora libero, nel senso più concreto del termine: attraversabile.
Poi arrivarono l’invasione sovietica del 1979, la guerra sostenuta dagli Stati Uniti contro l’URSS, i mujaheddin, la guerra civile, il primo regime talebano, l’11 settembre, l’invasione americana. In pochi decenni, un Paese che per molti era stato una frontiera aperta diventò uno dei luoghi simbolo della guerra permanente.
Per anni ho fatto fatica a tenere insieme questi due Afghanistan: quello dei racconti di mio padre e quello che ho conosciuto io, fatto di guerra infinita, occupazione americana, attentati, talebani.
Credo che sia per provare a colmare quella distanza che per anni ho desiderato visitare questo Paese e che oggi, finalmente, sto partendo per Kabul.
Hippie trail e gli anni ‘70
Negli anni ’70, l’Afghanistan era ancora una monarchia, guidata da re Zahir Shah fino al 1973, quando un colpo di stato trasformò il Paese in una repubblica. Era un Paese povero e rurale, ma relativamente stabile rispetto a quello che sarebbe diventato dopo.
Kabul, in particolare, era una capitale sorprendentemente aperta rispetto a oggi: università frequentate anche da donne, una vita urbana vivace, una presenza straniera legata alle rotte terrestri tra Asia ed Europa. L’Afghanistan era un punto di passaggio più che un punto di arrivo, un paese di confine tra mondi, imperfetto ma non ancora definito dalla guerra.
Quando mio padre attraversò il Paese, non era ancora il centro delle ossessioni geopolitiche occidentali. Era il periodo in cui migliaia di giovani europei percorrevano la cosiddetta hippie trail: Londra, Istanbul, Teheran, Kabul.
Per questo la capitale afghana, diventata poi simbolo di una guerra a noi vicina e di instabilità, per loro allora era solo una tappa.
Questa città è famosa per l’acqua fredda che esce dai rubinetti dell’Hotel Helal, nostro domicilio, il clima secco e la frenesia degli acquisti che immancabilmente prende anche i nostri eroi che sperperano i loro ultimi averi in souvenirs di pelle, armi antiche ecc., oberandosi letteralmente con una valigia pesantissima di roba.
Una volta arrivati a Kabul, il gruppo si divise: due sarebbero andati verso sud, in direzione di Kandahar.
Atmosfera orientale, un museo insignificante, una moschea inavvicinabile, e hashish dovunque,persino in camera dove i nostri dormono con una ragazza canadese che fuma in continuazione.
Mio padre e un altro amico decisero invece di salire verso nord, fino a Mazar-i-Sharif. Attraversarono laghi e montagne a cavallo fino a vedere in lontananza la “Perla del Nord”, o come veniva definita la città che ospita il maestoso santuario di Hazrat Ali, la Moschea Blu, considerata per molti musulmani il luogo di sepoltura del cugino e genero del profeta Maometto.
Da lì, le montagne finivano, si apriva la pianura, e con lei la sensazione che da lì in poi sarebbe stato tutto piatto fino alla Siberia, che quasi si potesse vedere il Polo Nord.
Da quella montagna, mio padre e i suoi amici stavano guardando l’Unione Sovietica.
Mujaheddin, talebani e al-Qaeda
La svolta arriva da lì, alla fine del decennio, quando nel 1979 l’esercito sovietico invade l’Afghanistan per sostenere il governo comunista già insediatosi dopo il colpo di stato del 1978.
È l’inizio di una guerra lunga dieci anni: i mujaheddin, gruppi di resistenza armata afghana, vengono sostenuti da Stati Uniti, Pakistan e Arabia Saudita nell’ottica della guerra fredda contro Mosca. Il conflitto devasta il Paese e militarizza la società, trasformando l’Afghanistan in uno dei principali teatri dello scontro globale tra le due superpotenze.
Con il ritiro sovietico nel 1989, l’Afghanistan non trova pace. Il governo comunista cade nel 1992 e il Paese precipita in una guerra civile tra fazioni mujaheddin rivali.
Da questo caos emerge, a metà anni ’90, il movimento dei talebani, studenti di scuole coraniche sostenuti inizialmente da Pakistan e altri attori regionali. Nel 1996 prendono Kabul e instaurano l’Emirato islamico: un regime rigidissimo, segnato da interpretazioni estremamente restrittive della Shari’a, con fortissime limitazioni per donne e minoranze e un isolamento internazionale quasi totale.
In quegli anni, il Paese diventa anche il rifugio e il campo di addestramento di una rete jihadista transnazionale, al-Qaeda, che verrà poi guidata da un combattente saudita che con l’Afghanistan non aveva ancora nulla a che fare: Osama bin Laden.
Nato in Arabia Saudita nel 1957, bin Laden è figlio di un potente imprenditore edile molto vicino alla famiglia reale. Negli anni ’80 si avvicina al conflitto in Afghanistan durante la guerra contro l’occupazione sovietica e costruisce la sua influenza supportando i mujaheddin afghani.
Noi lo ricordiamo per gli attentati dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, uno di quei pochi momenti della Storia recente in cui ognuno di noi si ricorda esattamente dov’era e cosa stava facendo (io ero in bagno).
Da quel momento, bin Laden diventa il simbolo del terrorismo jihadista globale e il principale obiettivo della “guerra al terrorismo” statunitense.
L’occupazione statunitense
Gli attentati dell’11 settembre contro gli Stati Uniti cambiarono definitivamente il destino della politica mondiale, ma soprattutto quello dell’Afghanistan.
Poco dopo iniziò l’invasione americana, con l’obiettivo dichiarato di distruggere al-Qaeda e rovesciare il regime talebano che le aveva dato protezione. Quella che si presentava come un’operazione rapida si trasformò invece in una guerra lunga vent’anni: prima la fase militare di occupazione, poi il tentativo dichiarato di costruire uno Stato afghano sostenuto dall’Occidente. Nel tempo, quella missione venne raccontata anche come un progetto più ampio: la diffusione della democrazia, la promozione dei diritti, soprattutto delle donne.
Ma questa narrazione si è spesso sovrapposta a una realtà molto più contraddittoria. L’intervento internazionale è rimasto legato alla presenza militare, alle dinamiche della guerra e a equilibri di sicurezza fragili, più che a un processo organico di trasformazione politica del paese. La ‘democrazia’, più che un processo radicato, è apparsa a lungo come un sistema sovrapposto.
Nel frattempo i talebani si sono riorganizzati, trasformando la guerra in un conflitto diffuso, intermittente, sempre presente anche quando non dichiarato. Il risultato è stato un Paese formalmente ‘in ricostruzione’, ma in realtà logorato da due decenni di guerra, dipendenza e instabilità permanente.
Quando nell’agosto 2021 le forze occidentali si sono ritirate, il sistema costruito in vent’anni si è dissolto in pochi giorni. Il governo sostenuto dagli Stati Uniti è collassato e i talebani sono rientrati a Kabul senza quasi incontrare resistenza.
È finita così la Repubblica Islamica dell’Afghanistan, in un soffio, dopo due decenni di immobilismo che non hanno portato né stabilità duratura né una pace condivisa.
E così si è aperta l’attuale fase del nuovo Emirato: un Paese che ci viene raccontato come isolato, impoverito e profondamente segnato da vent’anni di presenza militare straniera.
Due Afghanistan
Quando ascoltavo questi racconti da bambina, facevo fatica a mettere insieme quell’Afghanistan con quello che avrei conosciuto dopo. Per la mia generazione, l’Afghanistan è quasi sempre stato guerra: l’invasione sovietica, i mujaheddin, i talebani, l’11 settembre, gli americani, il ritiro da Kabul.
Nei racconti di mio padre, invece, era stato anche un luogo di passaggio e di strade non ancora costruite, tanto che per passare da nord a est dovettero tornare indietro verso sud, fino a Kandahar. Un luogo dove
Per allietare le nostre serate avevano organizzato dei concerti di musica e canzoni locali, non molto apprezzati dai nostri dopo le 9 e mezza di sera, ma che continuavano a tutto volume fino all’1 di notte!
Credo che una parte del motivo per cui ho sempre voluto andare in Afghanistan nasca lì. Nell’idea quasi assurda ma così ormai frequente nel mondo in cui viviamo che lo stesso Paese possa contenere memorie diverse: libertà e repressione, passaggio e isolamento, curiosità e paura.
Ora sono in volo per entrare in un Afghanistan completamente diverso da quello che mi è stato raccontato. Un Paese governato nuovamente dall’Emirato Islamico dei talebani, di cui tutti ricordiamo il ritorno - e soprattutto le folle che preferirono tentare di aggrapparsi alle ali di un aereo che decolla piuttosto che rimanere nelle mani di chi li giudicherà dei traditori. Un luogo dove le donne sono state cancellate da gran parte della vita pubblica e dove il resto del mondo sembra aver smesso di guardare.
Una promessa
Sono passati quasi cinque anni dal ritorno dei talebani a Kabul, eppure del Paese si parla sempre meno. È uscito dalle homepage, dai talk show, dalle discussioni politiche.
Oggi l’Afghanistan è uno dei luoghi più isolati del pianeta, ma anche uno dei più rivelatori. Perché obbliga a fare i conti con domande enormi: cosa resta di vent’anni di occupazione? Cosa succede quando l’attenzione internazionale sparisce?
In queste settimane proverò a raccontare cosa significa vivere oggi in Afghanistan.
Non sarà una newsletter di geopolitica in senso stretto. Cercherò piuttosto di raccontare scene, conversazioni, dettagli quotidiani: gli ospedali, le strade di Kabul, le restrizioni sulle donne, il rapporto con i talebani, la vita dei ragazzi cresciuti durante l’occupazione americana e diventati adulti sotto un Emirato islamico.
Lo farò grazie a Emergency che lavora in Afghanistan dal 1999 e che mi accompagnerà in tre diverse aree di questo enorme territorio.
Scriverò man mano che mi sposterò, sia per ragioni di sicurezza sia per discrezione verso le persone che mi accompagneranno e quelle che decideranno di raccontarmi la propria storia. Prometto che non cercherò scorciatoie narrative: non semplificherò quello che è complesso, e non userò il silenzio come riempitivo quando le informazioni non sono a me gradite. Proverò piuttosto a restare il più possibile dentro la realtà che vedrò, anche quando è contraddittoria, difficile o incompleta.
Quando l’Occidente ha lasciato Kabul nell’agosto del 2021, sembrava che la storia fosse finita. In realtà, per milioni di afghani, stava solo cominciando un’altra fase.
Ed è questa fase che, da lì, proverò a raccontare.




👏 buon viaggio! Ti leggerò volentieri in attesa di visitare anch’io l’Afghanistan un giorno.
grazie per questo diario. buon viaggio e buon lavoro Silvia <3